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Aida e Audio Research
Sonus Faber Aida e Audio Research Reference

Un amico inglese ha una Ferrari, la 328. Ne ha una cura maniacale, spende una somma annuale, per la sua manutenzione, simile alle spese condominiali di un buon appartamento. Il motore sembra una copia fatta per esporla in un museo tanto è pulito, ordinato, verniciato. Per guidarla usa scarpe speciali in morbida pelle, che non escono dall'abitacolo e non toccano mai terra.

 

Ho sempre pensato che la Ferrari sia un mostro rumoroso e costoso per ricchi esibizionisti, e che il suo transito sulle strade normali non abbia molto senso. Evidentemente altri non la pensano così.

 

Quando sono andato a trovarlo a Bath (antica stazione termale romana, nel Somerset: un posto bellissimo) questo amico mi ha offerto di farmi fare un giro. Così sono salito e lui ha cominciato a guidare per le strade collinari strette, piene di curve, a velocità impressionante, producendo un rumore altrettanto impressionante che sembrava fatto quasi solo per fare girare le donne. Era davvero una cosa speciale; quando siamo tornati davanti a casa sua, nonostante si fosse trattato, in fondo, di una corsa sull'ottovolante, mi spiaceva fosse finita. E mi sono reso conto, all'improvviso, che capivo come mai la gente si compra la Ferrari.

 

La cosa mi è tornata in mente ascoltando, dall'amico Alfredo, un impressionante impianto stereo che attualmente dà lustro a una delle sue sale: Audio Research Reference CD9, Reference 10 Line preamplifier, due Reference 250 Monaural power amplifier, cavi di potenza Transparent Audio, Sonus Faber Aida. Il listino di questo sistema supera il costo della Ferrari del mio amico inglese, e di quasi un ordine di grandezza; in realtà, i soli cavi di potenza costano più di quella Ferrari, sul corrente mercato dell'usato (delle Ferrari). Siccome Alfredo mi ha chiesto di ascoltarlo e, se ne avevo voglia, di scrivere qualche impressione da, diciamo, privato cittadino; e siccome di impressione me ne ha fatta, mi sono portato qualche CD da casa e ho ascoltato.

 

Il primo disco era un CD di Renato Sellani che, in trio, rilegge canzoni di Bruno Lauzi. Subito il pianoforte mi è sembrato un po' scuro, ovattato; ma poi mi sono reso conto che si trattava della produzione, non della riproduzione: poiché nella leggera oscurità si sentiva un'incredibile quantità - e qualità - di minuscoli rumori ambientali che col timbro del piano non c'entravano niente. Addirittura, ogni tanto, minime tracce di saturazione del pianoforte - strumento impervio da registrare - che di sicuro in qualsiasi altro impianto sarebbero sparite. L'immagine era alta, larga, ferma come una roccia e tridimensionale, e i piani sonori benissimo differenziati. Non posso dire di avere avuto la sensazione che il trio mi suonasse davanti, ma solo perché la qualità della ripresa audio non era forse delle migliori.
Ho ascoltato di tutto, ottenendo qualsiasi tipo di suono: Ella Fitzgerald e Joe Pass sembravano quasi lì, la chitarra soprattutto era, nella sua semplicità, spettacolare - ogni minima variazione di tocco e volume, regolato col potenziometro, si sentiva benissimo; e se non ci fosse stata una leggera rotondità, un po' vellutata, della presentazione generale che non sapevo se attribuire alle Aida o agli Audio Research, sarebbe sembrato di averli lì.
C'era il solito CD sampler messo insieme dall'importatore o dal rivenditore per far suonare bene i suoi prodotti, ma qui mi sono trovato di fronte a prestazioni un po' fuori del normale: a seconda dei casi e delle tracce, bassi profondissimi e smorzatissimi, percussioni violente che mostravano una riserva di potenza e controllo da restare a bocca aperta; archi pizzicati e voci femminili soavi, delicati ma pieni di particolari e quasi reali, quasi più belli del reale.
Certo, quando un impianto stereo costa come un appartamento si ha diritto di aspettare qualcosa di eccezionale; ma la sensazione degli esecutori in persona è pressoché impossibile da avere, perfino con oggetti come quelli. Tuttavia, ci si andava vicino, almeno in qualche momento. E, soprattutto, provare ad ascoltare uno di quei dischi, dopo, sul migliore degli altri sistemi presenti in negozio faceva sembrare quel sistema il volenteroso esercizio di uno studente di elettronica di qualche decennio fa.

 

La storia della Ferrari mi è tornata in mente perché né le valvole né le Sonus Faber mi hanno mai molto colpito - sempre un po' gonfie, accondiscendenti, mai abbastanza veloci. Sono certo fossero le Aida responsabili di quel poco di stondato, di non completamente aperto e dettagliato che impediva all'impianto di mettere in scena il reale - il che, a questi costi, sarebbe forse legittimo pretendere. Eppure, dopo non riuscivo ad ascoltare altro; e anche ora, scrivendo queste personali impressioni dell'ascolto, sentendo a casa due o tre dischi ascoltati anche da Alfredo, il mio povero, adorato sistemino british sembra condannato, nel confronto, a una specie di nasale, distante riassunto della musica, come se stessi ascoltando l'orchestra dal foyer.

 

Non sono nella posizione di entrare nel merito dei costi e dei benefici: per me un impianto simile è ancora, un po', come la Ferrari prima di esserci salito; e non sono che un semplice amico di Alfredo, benché professionista musicale, con un budget da persona normale. Ma sono ugualmente un po' sorpreso che questo impressionante sistema audio - nonostante il suo costo lunare, alieno da qualsiasi realtà sociale - sia ancora lì fermo in negozio.

 

Massimo Bertola